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Pellegrinaggio giubilare a Gibilmanna chiude l’anno federale 2025

Il 21 giugno 2025 ha segnato un momento particolare per la Federazione Sicula Palermo “Madre Morano” degli ex-allievi delle FMA: la chiusura dell’anno associativo che si è celebrato con un pellegrinaggio giubilare al Santuario di Maria Santissima di Gibilmanna, uno dei luoghi mariani più venerati della Sicilia. Questo pellegrinaggio rappresenta non solo la conclusione delle attività dell’anno associativo 2025, ma anche un momento di rinnovamento spirituale e di rafforzamento dei legami comunitari. La scelta non è casuale: questo luogo sacro, che domina dall’alto delle Madonie il panorama di Cefalù, rappresenta da secoli un punto di riferimento spirituale per i siciliani. La Madonna di Gibilmanna, affettuosamente chiamata “Bedda Matri” dal popolo siciliano, è Patrona della diocesi di Cefalù dal 1954 e continua ad attrarre migliaia di pellegrini ogni anno.

Un momento di chiusura e di ripartenza

La presenza di Padre Salvatore Vacca O.F.M. Cap., Guardiano del Santuario e Docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, con la sua competenza teologica e profonda conoscenza della storia del santuario, ha garantito un approfondimento significativo sul messaggio mariano e sulla tradizione spirituale del luogo. Il 21 giugno è stata una giornata di grazia e comunione, in cui fede, storia e tradizione si sono intrecciate sotto il manto protettivo di Maria Santissima di Gibilmanna.

Maria donna e Maria discepola

Un nuovo approccio alla figura di Maria

Nel 1974, Paolo VI nell’esortazione apostolica Marialis Cultus propose un rinnovamento dell’approccio alla figura di Maria, suggerendo di partire dalla sua dimensione antropologica – cioè dalla persona di Maria come donna – piuttosto che limitarsi alla sola esaltazione dei suoi privilegi.

Il Papa sottolineò che la devozione mariana deve essere accompagnata dall’imitazione: non possiamo solo esaltare le virtù di Maria senza seguirle, poiché ciò che caratterizza Maria è accessibile anche a noi. Da qui l’importanza di considerare Maria prima di tutto come donna della fede, donna dell’ascolto, donna dell’offerta, e soprattutto come prima discepola di Gesù.

Maria, donna intelligente

Contrariamente a certe rappresentazioni che la ritraggono come una giovane ingenua, Maria emerge dai Vangeli come una donna intelligente e consapevole. Nell’Annunciazione, il testo ci dice che “rimase perplessa e si chiedeva che senso avessero quelle parole”. Maria pone domande: “Come è possibile? Non conosco uomo”.

Come sottolinea un documento del 1988 della Congregazione per l’Educazione Cattolica, intitolato “Maria, Donna intelligente”, l’intelligenza non consiste nell’avere risposte pronte, ma nel saper porre le domande giuste. Maria dimostra questa saggezza riflettendo sul significato dell’annuncio angelico per la sua vita.

Il discepolato di Maria

I testi evangelici che riguardano Maria vanno letti nella prospettiva del discepolato. Quando Gesù dice “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Mc 3,35; Lc 8,21), non sminuisce Maria, ma la pone come modello di vera sequela.

La grandezza di Maria non risiede solo nella maternità biologica, ma nel fatto che ha ascoltato la parola di Dio e l’ha fatta diventare carne e storia nella sua vita. In questo senso, anche noi possiamo essere “madre” di Gesù nella misura in cui concepiamo e facciamo nascere in noi la Parola di Dio.

Il principio mariano nella Chiesa

Seguendo il pensiero di teologi come Hans Urs von Balthasar, ripreso da Benedetto XVI e Francesco, emerge l’importanza del principio mariano accanto a quello petrino nella Chiesa. Mentre il principio petrino riguarda l’autorità e il governo ecclesiale, il principio mariano rappresenta la dimensione spirituale, materna e femminile della Chiesa. Questo principio, a differenza delle strutture gerarchiche, ha una dimensione eterna e rimanda alla vera spiritualità ecclesiale.

La tradizione siciliana

In Sicilia, la devozione mariana si esprime tradizionalmente attraverso l’iconografia dell’Odigitria (Colei che indica la via) e della “Bedda Matri”. Significativo è il fatto che durante la peste del 1624, mentre molte comunità cambiarono i loro santi patroni, quelle che avevano Maria come patrona la mantennero, testimoniando il radicamento profondo della figura materna nel DNA culturale siciliano.

Maria si presenta come la donna nuova, la perfetta cristiana che ha trasformato il “no” di Eva nell’“Ave” dell’accoglienza. La sua figura non è solo oggetto di devozione, ma modello di imitazione per ogni credente chiamato a vivere il discepolato attraverso l’ascolto, l’accoglienza e la messa in pratica della Parola di Dio. La spiritualità mariana autentica non si ferma alle apparizioni o alle pratiche devozionali, ma ci chiama a vivere il principio mariano: quella dimensione materna, accogliente e generativa che rende la Chiesa vera madre e maestra di umanità.

Riflessione di Carolina Fiorica, Presidente Confederale Emerita

Prendendo spunto da una frase di padre Salvatore, Francescano che ha guidato la formazione vorrei condividere con voi una mia riflessione. Se facciamo nostro il principio mariano (comunione e servizio) in antitesi col principio pietrino (autorità e governo) siamo una “bomba”. Dovremmo esserlo. Una potenza. E noi che siamo qui non singolarmente ma come Gruppo dovremmo prendere questo proposito. Noi exallieve/i delle FMA, noi laiche mornesine sulla sequela di don Bosco che dichiarava: Ha fatto tutto Lei… passando dalla devozione alla emulazione di Maria. Che farebbe Maria in questo momento, in questa circostanza…cosa direbbe o non direbbe…

Riflessione di Sr Lucia Siragusa FMA

Come religiosa salesiana, questa riflessione su “Maria donna e Maria discepola” illumina il nostro carisma educativo. Maria donna dell’ascolto è il nostro modello: prima di parlare, dobbiamo saper ascoltare i giovani e le loro domande, come Maria nell’Annunciazione. Il principio mariano – quella dimensione materna e accogliente – deve pervadere ogni nostro gesto educativo. Nella “Bedda Matri” siciliana riconosciamo la stessa tenerezza di Maria Ausiliatrice: una madre che non abbandona mai e intercede sempre. È questo il segreto della pedagogia salesiana: essere per i giovani un riflesso dell’amore materno di Maria.

Omelia di Padre Salvatore Vacca O.F.M. Cap.

Le Nozze di Cana: Maria, madre attenta e discreta

Le “Nozze di Cana” rappresentano un episodio fondamentale narrato nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù compie il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino durante un banchetto nuziale in Galilea.

La delicatezza di Maria

Nel racconto emerge la figura straordinaria di Maria, che con occhio attento scopre il bisogno degli sposi quando viene a mancare il vino. Ma osserviamo come interviene: non alza la voce, non crea clamore, non umilia gli sposi rivelando pubblicamente la loro difficoltà. Maria agisce con grazia e discrezione, intervenendo silenziosamente senza mettere in imbarazzo nessuno. Questo è un modello di come dovremmo avvicinarci al prossimo nel bisogno: non con ostentazione, ma con la grazia che viene da Dio.

“Fate quello che vi dirà”

Fondamentale è l’atteggiamento di Maria verso i servi: “Fate quello che vi dirà”. In queste parole si rivela una caratteristica essenziale di Maria: non ha un comportamento autoreferenziale, non attira l’attenzione su di sé, ma indica Gesù come la vera soluzione. Maria si fa strada verso Gesù, orienta lo sguardo verso di Lui. È Lui il Salvatore, il medico, la medicina. Maria, come l’Odigitria della tradizione orientale, indica la via, la verità e la vita che è Cristo.

Le tappe della vita di Gesù con Maria

Nel Vangelo possiamo individuare diverse “partenze” o tappe importanti nella vita di Gesù, e in ognuna di esse troviamo la presenza materna di Maria:

  1. La nascita – Maria è la madre che accoglie e custodisce
  2. Il ritrovamento nel tempio (12 anni) – Maria accompagna la crescita di Gesù verso l’autonomia
  3. L’inizio del ministero pubblico (Cana) – Maria è colei che spinge Gesù a rivelarsi
  4. La crocifissione – Maria è presente fino alla fine

In ogni tappa, Maria non è una madre assente o possessiva, ma una madre che accompagna e sa quando è il momento di fare un passo indietro per permettere al figlio di compiere la sua missione. Questo episodio evangelico fornisce il fondamento teologico e spirituale per la devozione a Maria come colei che provvede ai bisogni del popolo. Come a Cana si preoccupò per gli sposi, così Maria continua a guardare alle nostre necessità.

Maria alle nozze di Cana ci insegna a:

  • Essere attenti ai bisogni degli altri
  • Intervenire con discrezione e grazia
  • Indicare sempre Cristo come la vera soluzione
  • Accompagnare senza possedere

Così Maria continua ancora oggi a guardare le nostre necessità e a intercedere presso suo Figlio, mantenendo viva quella stessa premura materna mostrata agli sposi di Cana.

La storia del Santuario di Gibilmanna

Le origini antiche

La storia del nostro santuario affonda le radici nella notte dei tempi. Secondo la tradizione, quello di Gibilmanna era uno dei sei monasteri benedettini che San Gregorio Magno (540-604) fece erigere a proprie spese nel VI secolo, prima di essere eletto pontefice. Gli edifici conventuali dovettero andare in rovina nel IX secolo con l’arrivo degli Arabi, mentre la piccola chiesa rimase in custodia di diversi eremiti.

Il miracolo del 1534

La storia moderna del santuario inizia con un evento straordinario: il giorno di Pasqua del 1534, durante una tempesta di mare, un’imbarcazione che trasportava una statua della Madonna con il Bambino trovò riparo nel borgo di Castello di Roccella. La Madonna apparve in sogno ad un frate cappuccino che viveva a Gibilmanna, invitandolo ad andare a prendere la statua avvolta con una coperta di lana. La statua venne caricata su un carro trainato da buoi che, lasciati in libertà, si fermarono nel promontorio dove sorge l’attuale Santuario.

Padre Sebastiano da Gratteri

Nel 1535 Padre Sebastiano Majo da Gratteri, uno dei primi seguaci della riforma cappuccina, si stabilì a Gibilmanna e rifondò la chiesa e il convento. Nel 1576, durante la celebrazione della messa, ebbe un’apparizione di Gesù che lo invitò a dipingerlo così come lo vedeva. Padre Sebastiano, utilizzando colori ricavati dalle piante del territorio, dipinse l’“Ecce Homo” tuttora esposto nel Santuario.

L’incoronazione del 1760

Il momento più solenne della storia del santuario fu l’incoronazione del 15 agosto 1760, quando il vescovo di Cefalù Don Gioacchino Castelli incoronò solennemente la Vergine e il Bambino Gesù con le corone pervenute dal Vaticano. La partecipazione del popolo fu straordinaria e si narra che un muto e un cieco riacquistarono rispettivamente la parola e la vista. Durante la cerimonia, il vescovo si tolse il proprio anello per donarlo a Maria, gesto che simboleggia l’intercessione continua della Madonna.

Il riconoscimento pontificio

Nel 1954 Papa Pio XII dichiarò Maria Santissima di Gibilmanna Patrona della diocesi e della città di Cefalù, coronando secoli di devozione popolare. Questo riconoscimento fu preceduto da un evento significativo: durante l’anno mariano 1954 la statua della Vergine fu portata in tutte le parrocchie della Diocesi.Oggi il santuario custodisce opere di inestimabile valore, tra cui la statua della Madonna realizzata da Antonello Gagini nel 1534, l’antico affresco bizantino della Madonna con il Bambino e il dipinto dell’Ecce Homo di Padre Sebastiano. Il complesso ospita anche un importante Museo e una Biblioteca con manoscritti dal XVI al XX secolo.

Agape fraterna

Festa di Maria Ausiliatrice 2025

Dal 21 al 24 maggio 2025, la comunità salesiana di Sant’Agata Militello ha celebrato il tradizionale Triduo in preparazione alla Festa di Maria Ausiliatrice, un appuntamento spirituale di grande significato che ogni anno riunisce fedeli, giovani e membri della Famiglia Salesiana per onorare colei che Don Bosco chiamava “l’Ausiliatrice dei cristiani”.

Un Programma Ricco di Spiritualità

Le celebrazioni eucaristiche, che si sono svolte alle ore 18.30 presso la Chiesa Madre di Sant’Agata Militello, hanno visto alternarsi alla presidenza diversi sacerdoti salesiani, ognuno dei quali ha offerto una riflessione particolare sul ruolo di Maria nella vita cristiana e nella tradizione salesiana.

  • 21 maggio – Don Mario Raneri ha aperto il triduo con una meditazione introduttiva che ha posto le basi del cammino spirituale verso la festa.
  • 22 maggio – Don Enrico Frusteri SdB ha presieduto la seconda giornata, dedicando la sua omelia al tema dell’umiltà come virtù fondamentale della vita cristiana, prendendo spunto proprio dall’esempio di Maria Santissima.
  • 23 maggio – Don Daniele Collovà ha guidato la vigilia della festa, preparando i cuori dei fedeli all’incontro con Maria Ausiliatrice.
  • 24 maggio – La solennità vera e propria è stata presieduta da Don Biagio Amata SdB, che ha offerto una riflessione profonda sul significato del titolo “Ausiliatrice” e sulla presenza materna di Maria nella Chiesa e nella storia.

L’Omelia di Don Enrico Frusteri: Maria Modello di Umiltà

Particolarmente significativa è stata la riflessione di Don Enrico Frusteri, che ha sviluppato il tema dell’umiltà evangelica partendo dalla figura di Maria. L’omelia ha evidenziato come l’umiltà non sia debolezza, ma “vivere nella verità”, riconoscendo chi siamo realmente davanti a Dio.

Inoltre ha sottolineato come Maria, nell’Annunciazione, non si sia lasciata esaltare dal saluto dell’angelo, ma sia rimasta turbata e si sia interrogata, dimostrando quello “stupore dell’umile che non si sente al centro, ma si lascia sorprendere da Dio”. Particolare attenzione è stata dedicata al pericolo del “pelagianesimo moderno”, quella tentazione di pensare di meritarci la salvezza con le nostre sole forze, dimenticando che tutto è grazia.

L’Omelia di Don Biagio Amata: Maria Ausiliatrice e la Maternità Universale

Don Biagio Amata ha offerto una meditazione ricca di riferimenti storici e spirituali, partendo dalle parole di San Giovanni Bosco che definiva Maria Ausiliatrice “titolo speciale, che a Lei conviene, come diamante sopra i suoi abiti indorati”.

La riflessione ha abbracciato la dimensione universale della maternità di Maria, dalla presenza nel Cenacolo con gli apostoli fino alle apparizioni mariane che continuano a ripetere “Non vi lascerò orfani”. Particolarmente toccante il riferimento alle vicende storiche contemporanee, con l’auspicio che Maria possa essere strumento di pace e unità anche nelle tragiche situazioni di guerra che segnano il nostro tempo.

Il Significato del Triduo nella Tradizione Salesiana

Il Triduo di Maria Ausiliatrice rappresenta uno dei momenti più importanti dell’anno liturgico salesiano. Come emerge dalle preghiere dei fedeli proposte durante le celebrazioni, l’attenzione si concentra su diversi aspetti:

  • La Chiesa universale e la sua missione evangelizzatrice
  • I giovani, destinatari privilegiati del carisma salesiano
  • La Famiglia Salesiana nella sua totalità (sacerdoti, religiosi, laici, cooperatori, exallievi)
  • Le famiglie come prime educatrici alla fede
  • Il mondo intero, bisognoso di pace e riconciliazione

Maria Ausiliatrice: Presenza Materna e Guida Sicura

Dalle omelie e dalle preghiere emerge con chiarezza il ruolo di Maria come madre presente e operante nella storia della salvezza. Non è una figura del passato, ma una presenza viva che continua ad accompagnare la Chiesa, i giovani, le famiglie.

Il titolo “Ausiliatrice” – che significa “colei che aiuta” – esprime perfettamente questa dimensione: Maria è l’aiuto sicuro nelle prove della vita, l’intercessora potente presso il Figlio, la madre che non abbandona mai i suoi figli.

Un Cammino che Continua

Il Triduo e la Festa di Maria Ausiliatrice 2025 si sono conclusi, ma il loro messaggio continua a risuonare nella vita quotidiana dei fedeli. L’invito all’umiltà, alla fiducia, all’abbandono nelle mani di Maria Ausiliatrice diventa programma di vita per tutti coloro che desiderano seguire più da vicino Gesù sulla strada tracciata da Don Bosco.

Come recita una delle preghiere conclusive del triduo: “Confidando nel tuo aiuto, mettiamo tutte le nostre opere nelle tue mani. Sii sempre avvocata nostra ed intercedi per l’umanità, presso il Padre”.


Le omelie complete di Don Enrico Frusteri e Don Biagio Amata, sono pubblicate integralmente di seguito, per offrire ai lettori la possibilità di approfondire ulteriormente la ricchezza spirituale di questo importante appuntamento della tradizione salesiana.

Insieme corresponsabili per la missione salesiana

La Famiglia Salesiana di Sicilia si è riunita in un importante momento di formazione e rilancio del proprio cammino carismatico. Il 25 aprile 2025, presso l’Istituto San Francesco di Sales di Catania (Via Cifali, 7), si è tenuta una giornata di formazione che segna l’inizio di un percorso formativo pensato principalmente per coloro che hanno compiti di animazione, governo e formazione all’interno dei diversi gruppi salesiani in Sicilia. Hanno partecipato all’evento i membri della Consulta Regionale della Famiglia Salesiana, i coordinatori delle Consulte cittadine, i direttori, i formatori, i delegati e gli assistenti spirituali (regionali/ispettoriali e locali), i delegati ispettoriali di Pastorale Giovanile e la Segreteria del Movimento Giovanile Salesiano, i responsabili di opere affidate ai laici e i responsabili del Movimento Salesiano Famiglie.

L’iniziativa si inserisce nelle indicazioni programmatiche del triennio 2024-2027, che per il corrente anno ha definito l’obiettivo di “rafforzare il legame carismatico, la comunione e l’animazione della Famiglia Salesiana”, puntando in particolare sulla “formazione dei formatori” come strategia fondamentale per superare le difficoltà attuali, un’opportunità preziosa per la Famiglia Salesiana siciliana di attingere a una visione ampia e profonda del carisma salesiano e delle sue modalità di animazione nel contesto attuale.

L’incontro ha avuto inizio con i saluti dell’ispettrice delle FMA, 𝗦𝘂𝗼𝗿 𝗔𝗻𝗴𝗲𝗹𝗮 𝗠𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗠𝗮𝗰𝗰𝗶𝗼𝗻𝗶, e dell’𝗜𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗦𝗮𝗹𝗲𝘀𝗶𝗮𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗦𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮, 𝗗𝗼𝗻 𝗗𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗦𝗮𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗶. 𝗦𝘂𝗼𝗿 𝗟𝗲𝘀𝗹𝗶𝗲 𝗦𝗮𝗻𝗱𝗶𝗴𝗼 𝗢𝗿𝘁𝗲𝗴𝗮 FMA, Consigliera per la Famiglia Salesiana e membro del Segretariato Mondiale della Famiglia Salesiana.

Metodologia e svolgimento dell’incontro

La giornata del 25 aprile, svolta dalle 9:30 alle 17:30, è stata strutturata in tre parti principali:

  1. Il sogno della Famiglia Salesiana-Sicilia: ogni partecipante ha scritto su un post-it il proprio sogno per la Famiglia Salesiana siciliana. I sogni sono stati poi condivisi in gruppo per arrivare a definire un sogno comune.
  2. Il battito cardiaco della Famiglia Salesiana in Sicilia: una dinamica di “World Café” dove i partecipanti, divisi in gruppi, hanno risposto a domande specifiche, condividendo riflessioni ed elaborando una sintesi attraverso scambi tra i diversi tavoli.
  3. Il sogno diventa realtà: questa fase, da sviluppare nei mesi successivi (maggio-giugno), prevede l’elaborazione da parte della Consulta della Famiglia Salesiana di una proposta di cammino 2025-2027, definendo impegni concreti, tempistiche, responsabilità e risorse.

È prevista anche una quarta fase, da realizzare a ottobre – “Tutti siamo parte viva della Famiglia Salesiana-Sicilia” – dedicata all’elaborazione di strategie per coinvolgere tutti nell’assunzione del cammino definito.

Un cammino che viene da lontano

L’incontro del 25 aprile non è nato dal nulla, ma si inserisce in un percorso già avviato. Come ricorda il documento preparatorio, il punto di partenza è stato il Convegno Regionale della Famiglia Salesiana tenutosi il 25 novembre 2023 a Palermo, presso l’istituto “Gesù Adolescente”, sul tema “Sogni e strategie comuni per affrontare le nuove sfide in Sicilia”. La Consulta Regionale della Famiglia Salesiana, riunitasi a Catania il 23 giugno 2024, ha elaborato una sintesi di quel convegno che ora serve come base per continuare il cammino. Per prepararsi adeguatamente alla giornata del 25 aprile, la Segreteria ha previsto l’invio di una scheda di lavoro per la sensibilizzazione sul tema e la rilevazione delle sfide.

Le sfide prioritarie

Durante il convegno di Palermo sono state identificate dieci sfide principali che la Famiglia Salesiana in Sicilia è chiamata ad affrontare:

  1. Una rinnovata consapevolezza spirituale, carismatica e pastorale
  2. La profezia della comunione, della corresponsabilità e dell’assunzione del metodo sinodale
  3. Un rinnovato annuncio vocazionale insieme
  4. La cura degli extracomunitari e delle famiglie nelle periferie
  5. L’evangelizzazione, specialmente nelle periferie dove “Dio è assente”
  6. L’attenzione ai giovani della “movida” notturna
  7. L’ascolto attivo dei cambiamenti sociali e il coraggio di puntare sui valori della famiglia, dell’identità e della fraternità
  8. La testimonianza di un modo attuale di “essere Don Bosco oggi”
  9. La corresponsabilità tra religiosi e laici non solo nella missione ma anche nella gestione delle opere
  10. Un lavoro significativo come Famiglia Salesiana all’interno della Chiesa locale

Il 25 aprile, durante l’assemblea e dopo un cammino comune di discernimento, sono state scelte quattro sfide considerate particolarmente significative per il percorso attuale della Famiglia Salesiana in Sicilia:

1. Corresponsabilità tra religiosi e laici: un nuovo modello di gestione

La nona sfida invita a una profonda corresponsabilità tra religiosi e laici della Famiglia Salesiana “non solo nella comune missione educativa ed evangelizzatrice, ma anche e soprattutto nella gestione delle opere per andare oltre la diffusa visione di ‘laico collaboratore'”. Questa sfida rappresenta un cambiamento di paradigma nell’organizzazione delle opere salesiane, riconoscendo ai laici non solo un ruolo esecutivo ma una vera capacità decisionale e di indirizzo.

Secondo il documento “L’Animazione & L’Accompagnamento nella Famiglia Salesiana”, questa corresponsabilità richiede “una vera metanoia (cambio di mentalità) e una metodologia partecipativa” che coinvolga tutti i membri, sia consacrati che laici, nella stessa missione secondo le loro specifiche vocazioni. Si tratta di superare modelli gerarchici tradizionali per abbracciare uno stile di governance più inclusivo e sinodale.

2. La profezia della comunione: camminare insieme

La seconda sfida pone l’accento sulla “profezia della comunione, della corresponsabilità, dell’assunzione del metodo sinodale, lavorare insieme come famiglia”. In un’epoca di frammentazione e individualismo, la capacità di creare vera comunione diventa una testimonianza profetica.

Il documento “L’Animazione & L’Accompagnamento” sottolinea come “l’importanza del ‘camminare insieme’ (sinodalità) sia una caratteristica essenziale della Famiglia Salesiana, promuovendo l’ascolto reciproco, il discernimento comune e la missione condivisa”. Inoltre, evidenzia come questo vasto movimento rappresenti “una vera profezia di comunione nella Chiesa, caratterizzata da una spiritualità comune, una missione condivisa e uno stile di famiglia che trova le sue radici nel mistero trinitario”.

La sinodalità non è solo un metodo di lavoro, ma un modo di essere Chiesa che rispecchia l’intuizione originale di Don Bosco di creare una famiglia spirituale unita dallo stesso carisma.

3. Essere Don Bosco oggi: un’attualizzazione del carisma

L’ottava sfida invita alla “testimonianza: essere Don Bosco oggi, al passo coi tempi, al passo con le esigenze del mondo giovanile, al passo con il Vangelo, puntando a testimonianze di vita cristiana autentica (santità della porta accanto)”.

Questa sfida richiede “una comprensione profonda della cultura giovanile contemporanea” riconoscendo che “Don Bosco fu pioniere nel suo tempo, intuendo le trasformazioni sociali della rivoluzione industriale e i loro effetti sui giovani. Analogamente, oggi siamo chiamati a comprendere la rivoluzione digitale, le nuove forme di comunicazione, le sfide dell’identità in un mondo frammentato e le pressioni economiche e sociali che i giovani affrontano”.

Non si tratta di “inseguire le mode, ma di abitare gli spazi vitali dei giovani con una presenza significativa, capace di parlare il loro linguaggio senza rinunciare alla profondità del messaggio evangelico”. Questo implica una continua reinterpretazione del Sistema Preventivo: “La ragione oggi si traduce in capacità di dialogo interculturale e interreligioso, nell’educazione al pensiero critico in un’epoca di fake news, nell’accompagnamento al discernimento vocazionale in un mondo di infinite possibilità”.

4. Ascolto attivo dei cambiamenti: un discernimento continuo

La settima sfida richiama all'”ascolto attivo per cogliere il cambiamento nel mondo, nella società nei nostri contesti e avere il coraggio di puntare sul valore della famiglia, sulla identità sessuale soprattutto dei giovani, sulla valorizzazione della fraternità”.

In un contesto sociale in rapida evoluzione, la capacità di ascoltare e discernere i “segni dei tempi” diventa fondamentale per una proposta educativa ed evangelizzatrice efficace. Questa sfida richiede una formazione continua e aggiornata, che permetta agli animatori della Famiglia Salesiana di interpretare correttamente i cambiamenti in atto e di rispondere con creatività evangelica.

I giovani di oggi “cercano relazioni autentiche, senso di appartenenza e significato per la propria vita”, ma lo fanno in un contesto caratterizzato da “frammentazione delle relazioni e solitudine digitale, crisi di valori e punti di riferimento stabili, precarietà e incertezza sul futuro, pluralismo culturale e religioso”.

In sintonia col documento “L’ Animazione & L’ Accompagnamento”

L’incontro del 25 aprile si è collocato in perfetta sintonia con il documento “L’ Animazione & L’ Accompagnamento nella Famiglia Salesiana”, pubblicato dal Segretariato della Famiglia Salesiana a dicembre 2024. Questo testo ufficiale definisce le linee guida per l’animazione e l’accompagnamento all’interno della grande famiglia carismatica fondata da Don Bosco.

Il documento sottolinea come la Famiglia Salesiana rappresenti “una vera profezia di comunione nella Chiesa, caratterizzata da una spiritualità comune, una missione condivisa e uno stile di famiglia che trova le sue radici nel mistero trinitario”.

Inoltre, enfatizza l’importanza del “camminare insieme” (sinodalità) come caratteristica essenziale della Famiglia Salesiana, promuovendo l’ascolto reciproco, il discernimento comune e la missione condivisa.

Un nuovo slancio per la Famiglia Salesiana

La giornata di formazione del 25 aprile 2025 si è rivelata un momento cruciale per il rilancio del cammino della Famiglia Salesiana in Sicilia. I partecipanti hanno riscoperto la gioia dell’incontro e della missione condivisa, rafforzando i legami carismatici e promuovendo una rinnovata corresponsabilità al servizio dei giovani e delle periferie, secondo lo spirito di Don Bosco.

L’incontro ha dato avvio a “un percorso di rilancio della politica della Famiglia Salesiana e per la Famiglia Salesiana”, che nei prossimi mesi porterà all’elaborazione di un itinerario formativo per delegati, formatori e assistenti spirituali, e a una specifica attenzione nella formazione di base dei membri dei diversi gruppi.

Come sottolineato durante la giornata, l’importanza di “camminare insieme” (pensare insieme, lavorare insieme, pregare insieme) rappresenta un’espressione autentica del carisma salesiano, in sintonia con la visione sinodale della Chiesa contemporanea e fedele all’intuizione originale di Don Bosco di creare una vasta famiglia spirituale dedicata all’educazione dei giovani e al servizio dei poveri.

Questo evento ha segnato l’inizio di un percorso che, attraverso i prossimi appuntamenti previsti per maggio-giugno e ottobre 2025, porterà la Famiglia Salesiana siciliana a definire e realizzare concretamente il sogno comune emerso durante la giornata: “Insieme corresponsabili per la missione salesiana “.

Grazie, Papa Francesco

Poesia di Lillina Malfitano, Exallieva dell’Unione di Ravanusa

Il lunedì dell’ Angelo,
come un tempo alle pie donne,
anche oggi un Angelo prorompe:
” Non è qui”!

Nel giorno della nascita di Roma,
anniversario della sua fondazione,
Tu, Santo Padre nasci al cielo,
dopo aver dato l’ ultima benedizione!

“Buona Pasqua” àuguri con un sussurro
alla piazza San Pietro gremita,
poi voli nell’ immenso azzurro,
tra le braccia della Misericordia infinita.

” Non dimenticatevi di pregare per me”
ripetevi sempre con insistenza ,
e aggiungevi: “Non contro,ma a favore “!
Ora che sei alla Sua presenza,
siamo noi a chiederti di pregare il Signore.

“Buon pranzo e arrivederci “!
Il tuo saluto dopo l’Angelus domenicale,
con un linguaggio semplice e colloquiale,
come fa il vicino della porta accanto:
ciò che volevi essere per tutti, Padre Santo.

Un papa che si fa prossimo alla gente,
che sulla barca di Pietro rema controcorrente,
rifiuta gli agi e i privilegi regali,
compra da solo un paio di occhiali,
come un qualunque cliente.

Un pontefice che vuole la chiesa in uscita,
che invita preti e laici ad uscire dalle sagrestie
per raggiungere tutte le periferie
e toccare risanando ogni umana ferita.

Le tue parole, i tuoi gesti, caro Papa Bergoglio,
sono per tutti noi una grande eredità,
anche se oggi siamo pieni di cordoglio,
ci consola la certezza della vera vita nell’ eternità .

Ancora con un bonario sorriso
ci dici : “Arrivederci, ma in Paradiso”!

Ravanusa, 21 aprile 2025

Exallieve dell’Unione di Ravanusa

Biografia di Papa Francesco

a cura della SEGRETERIA DI STATO VATICANO

“Dilexit Nos” (Ci ha amati) di Papa Francesco

L’enciclica “Dilexit Nos” (Ci ha amati) di Papa Francesco, pubblicata il 24 ottobre 2024, è dedicata all’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo. Il documento si sviluppa in cinque capitoli che esplorano diverse dimensioni della devozione al Sacro Cuore di Gesù, proponendone una rinnovata comprensione del mondo odierno.

Nel primo capitolo, il Papa riflette sull’importanza del cuore nella vita umana, sottolineando come nella società contemporanea si stia perdendo il contatto con la dimensione profonda dell’interiorità. Francesco descrive il cuore come centro unificatore della persona, luogo della sincerità e della verità più profonda.

Il secondo capitolo esplora i gesti e le parole d’amore di Cristo nei Vangeli, mostrando come Gesù abbia manifestato il suo amore non tanto attraverso spiegazioni teoriche quanto con azioni concrete di vicinanza, compassione e tenerezza verso le persone che incontrava.

Il terzo capitolo approfondisce il significato teologico della devozione al Cuore di Cristo, chiarendo che non si tratta di adorare un organo separato dalla persona di Gesù, ma di contemplare il Figlio di Dio incarnato nella totalità del suo essere. Il Papa ripercorre la storia di questa devozione nella tradizione cristiana, dalle Scritture fino alle esperienze spirituali di figure come Santa Margherita Maria Alacoque, San Claudio de La Colombière, San Charles de Foucauld e Santa Teresa di Gesù Bambino.

Nel quarto capitolo, “L’amore che dà da bere”, Francesco rilegge i testi biblici che parlano dell’acqua viva che sgorga dal costato trafitto di Cristo, fonte di vita e di grazia, analizzando come questa immagine sia stata interpretata nella storia della spiritualità cristiana.

Il quinto capitolo, “Amore per amore”, sviluppa le implicazioni pratiche della devozione al Cuore di Cristo, in particolare la dimensione sociale e missionaria. Il Papa spiega che la risposta all’amore del Signore si manifesta concretamente nell’amore per i fratelli, specialmente i più poveri e sofferenti, e presenta il concetto di “riparazione” al Cuore di Cristo come costruzione di “una nuova civiltà dell’amore”.

Cristologia del cuore: un’antropologia teologica integrale

Un aspetto centrale dell’enciclica è la sua visione antropologica che parte dal “cuore” come concetto unificatore. Il Papa sottolinea che “il cuore non può essere spiegato in modo esaustivo dalla biologia, dalla psicologia, dall’antropologia o da qualsiasi scienza” in quanto rappresenta “una di quelle parole originarie che indicano la realtà che spetta all’uomo tutt’intero in quanto persona corporea e spirituale”. Questa visione integrale supera il dualismo cartesiano e promuove una comprensione unitaria della persona umana.

Francesco afferma incisivamente: “in ultima analisi, io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone.” Questa affermazione ha rilevanti implicazioni antropologiche poiché contrasta con una visione puramente cognitivista dell’identità umana e sottolinea la dimensione relazionale dell’esistenza.

Fondamenti biblici e sviluppo storico

L’enciclica radica solidamente la devozione al Sacro Cuore nella Scrittura, iniziando con un’ampia esegesi di testi dell’Antico Testamento che prefigurano l’acqua vivificante che sgorgherà dal Messia. Il collegamento cristologico è esplicito quando, citando il Vangelo di Giovanni, mostra come queste promesse si realizzino nel costato trafitto di Cristo: “Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” e “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.”

Un punto teologico fondamentale è la chiarificazione sulla natura dell’adorazione: “La devozione al Cuore di Cristo non è il culto di un organo separato dalla Persona di Gesù. Ciò che contempliamo e adoriamo è Gesù Cristo intero, il Figlio di Dio fatto uomo.” Questo chiarimento evita potenziali fraintendimenti devozionali e mantiene l’integrità della fede cristologica.

Teologia trinitaria

L’enciclica presenta una profonda dimensione trinitaria. Mentre la devozione al Cuore di Gesù è “marcatamente cristologica”, il Papa sottolinea che Cristo stesso “si presenta come la via per andare al Padre” e che il nostro rapporto con il Cuore di Cristo si trasforma sotto l’impulso dello Spirito, orientandoci verso il Padre.

La teologia dell’amore presentata è articolata in modo trinitario: “In realtà, c’è un triplice amore che è contenuto e ci abbaglia nell’immagine del Cuore del Signore. Innanzitutto, l’amore divino infinito che troviamo in Cristo. Ma pensiamo anche alla dimensione spirituale dell’umanità del Signore… Infine, è simbolo del suo amore sensibile.”

Incarnazione e dimensione sacramentale

Un elemento teologico cruciale è l’insistenza sulla carnalità dell’amore divino: “non dobbiamo dimenticare che l’immagine del cuore ci parla di carne umana, di terra, e perciò ci parla anche di Dio che ha voluto entrare nella nostra condizione storica, farsi storia e condividere il nostro cammino terreno.”

Questa dimensione dell’incarnazione viene ulteriormente sviluppata: “Il Figlio eterno di Dio, che mi trascende senza limiti, ha voluto amarmi anche con un cuore umano. I suoi sentimenti umani diventano sacramento di un amore infinito e definitivo.” L’uso del termine “sacramento” qui è teologicamente significativo, suggerendo che l’umanità di Cristo, particolarmente il suo cuore, è segno efficace dell’amore divino.

Ecclesiologia e cristologia

La dimensione ecclesiologica è fortemente presente: “La Chiesa, che nasce dal Cuore di Cristo, prolunga e comunica in ogni tempo e in ogni luogo gli effetti dell’unica Passione redentrice.” Questa visione integra la cristologia con l’ecclesiologia, mostrando la Chiesa come frutto dell’amore salvifico di Cristo.

L’enciclica presenta anche una pneumatologia che collega il Cuore di Cristo alla missione dello Spirito Santo: “Cristo realizza la sua promessa facendo sgorgare da noi torrenti d’acqua… Così l’unione con Cristo mira non solo a saziare la propria sete bensì a farci diventare una fonte di acqua fresca per gli altri.”

Escatologia e teologia della salvezza

La teologia della salvezza è articolata in termini di comunione con il Cuore di Cristo. Papa Francesco, ispirandosi a Santa Teresa di Gesù Bambino, sviluppa una teologia dell’offerta all’Amore misericordioso piuttosto che alla giustizia divina: “Non c’è nulla da aggiungere all’unico sacrificio redentore di Cristo, ma è vero che il rifiuto della nostra libertà non permette al Cuore di Cristo di dilatare in questo mondo le sue “ondate di infinita tenerezza”. L’enciclica offre anche una prospettiva escatologica che mostra come il Mistero pasquale di Cristo abbracci tutti i tempi e in essi sia reso presente.

Teologia morale e sociale

La dimensione morale e sociale dell’enciclica è particolarmente rilevante. Il Papa afferma che “offrendoci insieme al Cuore di Cristo, ‘sulle rovine accumulate dall’odio e dalla violenza, potrà essere costruita la civiltà dell’amore tanto desiderato, il regno del cuore di Cristo'”. Questo implica “unire all’amore filiale verso Dio l’amore del prossimo” come “vera riparazione chiesta dal Cuore del Salvatore”.

Francesco sviluppa un’analisi delle strutture di peccato, usando la teologia del cuore come chiave interpretativa: “una riparazione meramente esteriore non basta né al mondo né al Cuore di Cristo… riparare il danno fatto a questo mondo implica anche il desiderio di riparare i cuori feriti, dove si è procurato il danno più profondo.”

Rilevanza contemporanea

L’enciclica rappresenta un tentativo di recuperare e attualizzare la tradizionale devozione al Sacro Cuore, mostrandone la rilevanza per affrontare le sfide del mondo contemporaneo: la frammentazione dell’identità personale, l’individualismo, la mercificazione delle relazioni, e le varie forme di ingiustizia sociale.

La conclusione dell’enciclica ribadisce che questa devozione non è un devozionismo intimistico ma un’esperienza che ci apre alla fratellanza universale e alla cura della casa comune, collegandosi così alle precedenti encicliche sociali “Laudato si'” e “Fratelli tutti”. Il Papa afferma che solo l’amore di Cristo può liberarci dalla logica consumistica che riduce tutto a merce e può “dare un cuore a questa terra e reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre”.

“Dilexit Nos” rappresenta quindi un’importante sintesi teologica che riprende un elemento tradizionale della pietà cattolica e lo ripropone con un linguaggio e una sensibilità contemporanei. Il documento articola una teologia del Cuore di Cristo che è simultaneamente cristocentrica, trinitaria, sacramentale, ecclesiale e sociale, mostrando come questa spiritualità possa essere fonte di impegno per trasformare il mondo secondo la logica dell’amore divino.

Lu Signuri di li fasci

Storia e solidarietà nella tradizione di Pietraperzia

Nel cuore della Sicilia, a Pietraperzia in provincia di Enna, il Venerdì Santo si celebra con uno dei riti più antichi e suggestivi dell’isola: la processione de “Lu Signuri di li fasci”. Questa manifestazione, che affonda le radici nel XIV secolo, rappresenta un esempio straordinario di religiosità popolare che ha saputo resistere al passare dei secoli conservando intatta la sua autenticità. La giornata del Venerdì Santo a Pietraperzia si sviluppa secondo un preciso cerimoniale che inizia all’alba. I membri della Confraternita Maria SS. del Soccorso e degli agonizzanti si radunano presso la Chiesa del Carmine (o Chiesa della Madonna del Soccorso) per i preparativi iniziali.

Prima della processione del Signore delle Fasce di Pietraperzia, nella Chiesa Madre avviene il rito dell’Adorazione della Croce. Durante questa cerimonia, i fedeli, seguendo un’antica tradizione, pongono sul corpo del Crocifisso alcuni nastrini rossi chiamati “misureddi”, poiché rappresentano simbolicamente la misura dell’amore di Dio per i suoi figli. Questi nastrini, una volta benedetti, vengono portati dai fedeli al polso durante la processione come segno di devozione e partecipazione. La Croce viene poi condotta fuori dalla chiesa per essere innalzata alla presenza degli sguardi dei numerosi presenti, segnando l’inizio ufficiale delle celebrazioni. Dopo questo rito preliminare, la processione vera e propria si articola in diverse fasi, ognuna carica di significato:

  1. La vestizione del simulacro: Il Cristo viene preparato con cura dai confratelli più anziani, in un rito che si svolge a porte chiuse e segue regole precise tramandate nei secoli.
  2. L’uscita dalla chiesa: Momento particolarmente emozionante, quando il simulacro varca la soglia della chiesa tra il silenzio della folla. Solo il suono delle “troccole” (strumenti in legno che sostituiscono le campane nel Venerdì Santo) accompagna questo momento.
  3. Il percorso per le vie del paese: La processione si snoda attraverso un itinerario storico che tocca i punti più significativi di Pietraperzia. Durante il tragitto, i fedeli aggiungono le loro fasce al simulacro.
  4. Le soste rituali: In determinati punti del percorso, la processione si ferma per permettere momenti di preghiera collettiva e per l’esecuzione della “ladata”.
  5. Il rientro: Il ritorno alla chiesa avviene in tarda serata, quando il peso delle fasce accumulate rende il trasporto del simulacro particolarmente gravoso, simboleggiando il peso dei peccati dell’umanità.

Il corteo si compone secondo una struttura gerarchica ben definita: in testa procedono i bambini, simbolo di purezza e continuità della tradizione; seguono i confratelli con le loro tuniche caratteristiche; il simulacro del Cristo, progressivamente avvolto dalle fasce; i dignitari della confraternita; il clero locale; le autorità civili; i fedeli e i pellegrini.

Il “Signuri di li fasci” è costituito da un imponente simulacro realizzato con una trave di legno di cipresso, sulla quale viene fissato un antico crocifisso. Ai piedi del crocifisso è posta una sfera di legno e vetro colorato, simbolo del mondo e delle sue diversità, ed il tutto è illuminato con quattro lampade. Questa composizione ricca di elementi simbolici rappresenta Cristo che si carica del peso del mondo e dei peccati dell’umanità. Le fasce (“li fasci”) sono l’elemento distintivo di questa processione. La caratteristica principale del Signore delle Fasce di Pietraperzia sono le circa 200 fasce di lino bianco, larghe 40 cm e lunghe 33 metri (come gli anni di Cristo), che sono annodate alla trave di legno. Ogni famiglia di Pietraperzia conserva gelosamente la propria fascia, che viene tramandata di generazione in generazione. L’origine delle fasce utilizzate nella processione ha radici profonde, sia evangeliche che sociali. Nel Vangelo di Luca si legge: “Mentre si trovavano a Betlemme si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro altrove” (Lc. 2,7). Questo riferimento alle fasce che avvolgono Gesù bambino potrebbe essere una delle ispirazioni originarie della tradizione.

Anche l’Evangelista Giovanni, descrivendo l’arrivo degli apostoli al sepolcro, menziona: “Chinatosi, vide le bende che giacevano distese […] Vide le bende che giacevano distese e il sudario che era sopra il capo…” (Gv. 19,35). Questo collegamento tra l’inizio della vita terrena di Cristo (avvolto in fasce) e la sua morte (le bende nel sepolcro) crea un profondo significato simbolico che potrebbe essere alla base della tradizione petrina. Una delle ipotesi più affascinanti sull’origine delle fasce riguarda la loro connessione con la “ruota dei proietti”, un meccanismo presente a Pietraperzia fin dal 1756 e attestato fino agli anni ’30 del XX secolo. La ruota, annessa alla sacrestia della Chiesa di Maria SS. del Soccorso, era un cilindro in legno che permetteva di abbandonare anonimamente i neonati (chiamati “proietti”), garantendo loro assistenza.

I documenti storici attestano che la Congregazione di Carità, che a partire dal 1862 amministrava anche i beni della Confraternita, forniva ai bambini abbandonati un contributo per “pannolini e fasciatura”. Queste fasce erano proprio le strisce di lino utilizzate per avvolgere i neonati nei primi mesi di vita, una pratica comune fino agli anni ’60 del XX secolo. L’ipotesi più probabile è che originariamente le fasce venissero realizzate dai fedeli come voto e offerte per essere “appese” (in dialetto locale “appenniri”) ai piedi del Crocifisso durante la processione. Successivamente, queste fasce venivano donate alla “ruotara” (la persona che si occupava dei bambini abbandonati) per essere utilizzate per avvolgere i proietti. Da ogni fascia processionale lunga 20-23 metri si potevano ricavare circa 10 piccole fasce di 2,5-3 metri, lunghezza necessaria per avvolgere un bambino.

Evoluzione nel tempo

Un cambiamento significativo nella tradizione avvenne intorno al 1880. Prima di questa data, le fasce venivano probabilmente lasciate alla Confraternita dopo la processione, che provvedeva a consegnarle alla ruotara. Dopo l’istituzione delle Congregazioni di Carità (1862), che si fecero carico di fornire direttamente le fasce per i proietti, i fedeli iniziarono a riportare a casa le loro fasce dopo la processione, per riutilizzarle negli anni successivi. Questo è documentato dal fatto che solo dal 1889 si trovano registrazioni di offerte per le fasce nei documenti della Confraternita, e dal fatto che le fasce più antiche ancora esistenti risalgono proprio a quel periodo. Un registro utilizzato dal 1889 al 1914 contiene i nomi di circa 70 proprietari di fasce, mentre fino al 1915 le fasce esistenti a Pietraperzia erano circa un’ottantina. La prima fascia di cui si ha documentazione certa apparteneva a Pietro Cacciato (1851-1933) e fu realizzata intorno al 1885 come ringraziamento per la guarigione da una malattia agli occhi mentre era in servizio militare.

Durante la processione, le fasce vengono consegnate ai confratelli che le avvolgono metodicamente attorno al simulacro del Cristo. Quest’operazione viene eseguita con grande perizia, per assicurare che il peso sia distribuito uniformemente. Le fasce servono anche per mantenere in equilibrio la lunga asta di legno durante il percorso della processione, sebbene questa funzione pratica si sia sviluppata solo in un secondo momento, come conseguenza dell’evoluzione del rito. Originariamente le fasce erano semplicemente “appese” (in dialetto locale “appenniri”) ai piedi del Crocifisso, senza essere necessariamente tenute da qualcuno. Solo con l’aumentare del loro numero e con i cambiamenti nel modo di portare il Crocifisso, le fasce assunsero anche la funzione di equilibrio. Al termine della processione, il Cristo risulta completamente avvolto in un bozzolo di fasce bianche, creando un’immagine di straordinaria potenza simbolica che unisce il significato delle fasce della natività con quello delle bende sepolcrali, racchiudendo simbolicamente l’intero arco della vita terrena di Cristo. Al termine della processione, il Cristo risulta completamente avvolto in un bozzolo di fasce bianche, creando un’immagine di straordinaria potenza simbolica.

La ladata e le radici storiche

La “ladata” è un’antica forma di canto liturgico che accompagna la processione. Si tratta di una melodia ipnotica e ripetitiva, cantata a cappella dai membri della confraternita e dai fedeli. Il testo della ladata è in dialetto siciliano antico e si compone di strofe che raccontano la Passione di Cristo. Il canto inizia con un solista (solitamente un confratello anziano) che intona i primi versi, seguito dal coro dei fedeli che risponde. Uno degli aspetti più straordinari della ladata è che non esiste una partitura scritta. La melodia e le parole sono state tramandate esclusivamente per via orale, di padre in figlio, creando leggere variazioni locali che arricchiscono la tradizione. La processione de “Lu Signuri di li fasci” affonda le sue radici nell’epoca medievale, quando le confraternite laicali iniziarono a svolgere un ruolo fondamentale nella vita religiosa delle comunità siciliane. L’arrivo degli Agostiniani a Pietraperzia nel XIV secolo portò con sé la devozione alla Madonna del Soccorso, già diffusa a Palermo.

Gli Agostiniani contribuirono alla formazione della confraternita e alla strutturazione del rituale processionale. Il rito mostra interessanti stratificazioni culturali: elementi della liturgia ufficiale cristiana, rituali di origine spagnola introdotti durante il periodo della dominazione iberica in Sicilia, tradizioni popolari pre-cristiane legate ai cicli stagionali e influssi bizantini nella musica e nei gesti rituali. Durante i secoli, la processione ha attraversato periodi di maggiore o minore splendore, influenzata dagli eventi storici: fu particolarmente favorita durante il periodo della Controriforma, conobbe un momento di difficoltà durante il periodo napoleonico, fu rinvigorita nel XIX secolo, sopravvisse durante il regime fascista e si rivitalizzò nel secondo dopoguerra.

La Sicilia è ricca di tradizioni legate alla Settimana Santa, ognuna con caratteristiche distintive. A differenza dei gruppi scultorei dei Misteri di Trapani, “Lu Signuri di li fasci” si concentra su un unico simulacro. Mentre a Enna la processione vede la partecipazione di numerose confraternite con i loro simulacri, a Pietraperzia il focus è sul Cristo avvolto nelle fasce, in una celebrazione più intima e comunitaria. E se a San Fratello la componente teatrale è predominante nella “Festa dei Giudei”, a Pietraperzia prevale l’aspetto devozionale e partecipativo dei fedeli.

La processione svolge un ruolo fondamentale nel rafforzare i legami comunitari di Pietraperzia. La preparazione dell’evento coinvolge l’intera comunità: gli anziani trasmettono conoscenze e tecniche ai più giovani, le famiglie collaborano nei preparativi e i migranti tornano al paese natale per partecipare. “Lu Signuri di li fasci” è diventato nel tempo un potente simbolo identitario, e partecipare attivamente alla processione significa riaffermare la propria appartenenza alla comunità locale, alla tradizione religiosa e alla cultura siciliana in senso più ampio.

La Chiesa Maria SS. del Soccorso, comunemente nota come Chiesa del Carmine, è il punto di partenza e di arrivo della processione. Questo edificio sacro, di origini molto antiche, presenta caratteristiche architettoniche che riflettono la sua lunga storia. La facciata, rimaneggiata nel corso dei secoli, conserva elementi di diverse epoche. L’interno ospita preziose opere d’arte sacra, tra cui il venerato simulacro di Cristo utilizzato nella processione, e di particolare interesse sono le decorazioni barocche aggiunte nel XVII-XVIII secolo. La chiesa conserva anche ex voto e oggetti devozionali legati alla processione, testimonianza della fede popolare attraverso i secoli.

La Confraternita Maria SS. del Soccorso e degli agonizzanti rappresenta il cuore pulsante dell’organizzazione della processione. È guidata da un Governatore (attualmente Giuseppe Maddalena) e da un Consiglio Direttivo, eletti dai confratelli. L’organizzazione interna segue regole precise, codificate negli statuti storici e adattate nel tempo. I membri della confraternita svolgono ruoli specifici durante la preparazione e lo svolgimento della processione: i portatori del simulacro, selezionati tra i confratelli più robusti e devoti; i cantori della ladata, depositari della tradizione musicale; i responsabili dell’avvolgimento delle fasce e i cerimonieri che sovrintendono al corretto svolgimento del rito. L’attività della confraternita non si limita alla processione del Venerdì Santo, ma si estende a tutto l’anno con incontri regolari di preghiera, attività caritative, manutenzione degli oggetti sacri e formazione dei nuovi confratelli.

La Settimana Santa

La processione di “Lu Signuri di li fasci” si inserisce in un più ampio calendario di celebrazioni pasquali che coinvolgono l’intera comunità. La settimana inizia con la Domenica delle Palme e la benedizione delle palme. Il Giovedì Santo si celebra l’istituzione dell’Eucaristia con la messa in Coena Domini, seguita dall’adorazione del Santissimo Sacramento all’altare della reposizione. Il Venerdì Santo è il momento culminante con la processione de “Lu Signuri di li fasci”, preceduta dalle celebrazioni liturgiche ufficiali della morte di Cristo. Il Sabato Santo è una giornata di silenzio e attesa, con la preparazione alla Veglia Pasquale, mentre la Domenica di Pasqua celebra la Resurrezione con l’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna, momento di gioia che contrasta con la mestizia del Venerdì Santo.

Negli ultimi decenni, la processione ha acquisito anche una dimensione turistica e culturale che va oltre l’aspetto religioso. “Lu Signuri di li fasci” è stato riconosciuto come importante patrimonio culturale immateriale della Sicilia, meritevole di tutela e valorizzazione. La manifestazione attira ogni anno numerosi visitatori, non solo dalla Sicilia ma da diverse parti d’Italia e dall’estero, interessati sia all’aspetto religioso che a quello culturale e antropologico. La processione è stata oggetto di studi antropologici, etnografici e storico-religiosi, con pubblicazioni scientifiche e documentari che ne analizzano le diverse dimensioni.

Come molte manifestazioni di religiosità popolare, anche “Lu Signuri di li fasci” si trova oggi di fronte alle sfide della modernità. La confraternita sta dedicando particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani, per garantire la continuità della tradizione. Una delle sfide principali è mantenere l’autenticità del rito pur aprendolo a una dimensione più ampia di fruizione culturale e turistica. Sono in corso progetti di documentazione audiovisiva, raccolta di testimonianze orali e digitalizzazione dei documenti storici della confraternita, per preservare questa preziosa eredità culturale.

Pietraperzia

Pietraperzia, con i suoi circa 7.000 abitanti, rappresenta un esempio tipico di comunità dell’entroterra siciliano, con una storia millenaria e un forte senso di identità locale. Il paese conserva importanti testimonianze del suo passato, come il Castello Barresio di origine medievale, il centro storico con le sue chiese e palazzi nobiliari, e testimonianze archeologiche che risalgono all’epoca preistorica. Oltre alla processione del Venerdì Santo, Pietraperzia conserva un ricco patrimonio di tradizioni, tra cui feste patronali, gastronomia locale, artigianato tradizionale e usi e costumi che riflettono la storia millenaria del territorio.

Per chi desidera assistere o partecipare a questa straordinaria manifestazione, la processione si svolge ogni anno il Venerdì Santo, con un calendario di eventi che copre l’intera giornata, dall’alba fino a tarda sera. Grazie alla sua posizione centrale in Sicilia, Pietraperzia è facilmente raggiungibile in auto, tramite la SS640 Caltanissetta-Agrigento o la SS117bis, o con i mezzi pubblici, con collegamenti da Enna, Caltanissetta e Catania. Gli aeroporti più vicini sono quelli di Catania e Palermo.

Si consiglia di arrivare con anticipo per trovare parcheggio e una buona posizione per assistere alla processione. È opportuno un abbigliamento sobrio, consono alla partecipazione a un evento religioso, e per apprezzare pienamente l’esperienza, è consigliabile seguire l’intero percorso della processione.

Un patrimonio vivente

La processione de “Lu Signuri di li fasci” rappresenta un patrimonio culturale e spirituale di inestimabile valore. La sua capacità di resistere al passare del tempo, adattandosi ai cambiamenti sociali senza perdere la sua essenza, ne fa un esempio straordinario di come le tradizioni possano mantenersi vive e significative anche nel mondo contemporaneo. Partecipare a questa manifestazione significa immergersi in un’esperienza che unisce fede, storia e cultura in un intreccio affascinante, un viaggio nel cuore dell’identità siciliana che lascia un segno profondo in chi ha la fortuna di viverlo.


Per maggiori informazioni e aggiornamenti sul programma annuale, è possibile consultare il sito ufficiale della Confraternita o contattare l’ufficio turistico di Pietraperzia.

Il Crocifisso come guarigione e luce

Il 6 aprile 2025, presso l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Alì Terme, si è svolto un significativo incontro formativo per gli Exallievi e le Exallieve delle FMA della Federazione Sicula Palermo “Madre Morano”. All’evento, inserito nell’Anno Giubilare 2025 “Pellegrini di Speranza”, hanno partecipato le Exallieve/i delle Unioni di Alì, Barcellona, Caltanissetta, Caltavuturo, Mazzarino, Me Valle, Patti, Pietraperzia, Ravanusa, S. Agata Militello, S. Cataldo. Sono intervenuti Don Giuseppe Cassaro, Direttore della Comunità Salesiana “S. Tommaso” di Messina, Dalila Maria Virzì Ioppolo, Presidente Federale, la Direttrice Sr Maria Pisciotta, la Delegata federale Sr Giacomina Barresi, la Presidente dell’Unione di Alì Terme Cettina Visconti Manganaro. Dopo la Celebrazione Eucaristica e l’agape fraterna si è concluso con il pellegrinaggio a Fiumedinisi dove nel Santuario Diocesano Giubilare SS Annunziata le Exallieve/i hanno potuto lucrare l’indulgenza plenaria.

La riflessione di Don Giuseppe Cassaro: “Il Crocifisso: guarigione e luce”

Don Cassaro ha proposto una profonda meditazione sul brano del Vangelo di Giovanni (3,14-21), parte del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo. La sua relazione ha esplorato con ricchezza teologica e pastorale il significato cristologico del serpente innalzato, simbolo spesso trascurato nella riflessione cristiana.

Il contesto del dialogo con Nicodemo

Don Cassaro ha iniziato contestualizzando il brano all’interno del Vangelo di Giovanni. Siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù quando Nicodemo, fariseo e capo dei Giudei, chiede di incontrare il Maestro in privato, di notte, per esprimere le sue perplessità senza il timore di essere frainteso dagli altri capi del popolo.

Nicodemo si presenta con un’affermazione che parte da ciò che “sa” di Gesù: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno, infatti, può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui” (Gv 3,2). Gesù, per strapparlo dai ragionamenti puramente umani, risponde con un’affermazione spiazzante: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3).

All’obiezione logica di Nicodemo (“Come può nascere un uomo quando è vecchio?”), Gesù risponde che il cambiamento non viene dalle leggi biologiche, ma dalla forza dello Spirito di Dio che forma un’umanità nuova. È in questo contesto che introduce l’immagine del serpente innalzato.

La valenza simbolica del serpente

Don Cassaro ha dedicato particolare attenzione alla complessità simbolica del serpente nella tradizione biblica. Solitamente associato a concetti negativi (insidia, veleno mortale, il diavolo stesso), il serpente di bronzo di Mosè assume sorprendentemente un significato salvifico.

Il teologo ha citato diversi passaggi biblici che evidenziano la pericolosità del serpente: il profeta Amos che paragona l’avvento del giorno del Signore al morso improvviso di un serpente (Am 5,19); il Siracide che ricorda come “non c’è veleno peggiore del veleno di un serpente” (Sir 25,15); l’Apocalisse che definisce il diavolo come “il grande drago, il serpente antico” (Ap 12,9).

Questa connotazione negativa, ha osservato Don Cassaro, ha fatto sì che il significato cristologico del serpente raramente sia diventato oggetto della riflessione teologica o dell’esperienza spirituale dei santi, rimanendo marginale nell’arte figurativa cristiana.

Il serpente nel deserto: un paradosso salvifico

Richiamando l’episodio dell’Esodo (Nm 21,4-9), Don Cassaro ha spiegato come Israele, punito con serpenti velenosi per la sua ribellione, riceva da Dio stesso un rimedio paradossale: un serpente di bronzo da innalzare su un’asta. Chiunque, dopo essere stato morso, lo avesse guardato, sarebbe rimasto in vita.

L’ordine di Dio appare in contraddizione con la legge che proibiva la costruzione di immagini (Es 20,4), ma proprio questa eccezione sottolinea l’importanza del segno. Come ha evidenziato Don Cassaro, solo in seguito, quando il significato originario si perse, il serpente di bronzo divenne oggetto di idolatria e dovette essere distrutto dal re Ezechia (2Re 18,4).

Nel momento della crisi nel deserto, invece, il serpente venne accolto come segno di salvezza, accessibile “con uno sguardo”. Don Cassaro ha sintetizzato il significato del serpente di bronzo in quattro punti:

  1. È un rimedio offerto da Dio, segno della sua cura anche quando il popolo lo tradisce
  2. Non previene il danno ma lo risana, rispettando la libertà umana di sbagliare
  3. È un rimedio medicinale che segue il principio “similia similibus curantur” (le cose simili si curano con le cose simili)
  4. È semplice ma richiede una scelta precisa: uno sguardo verso il rimedio divino

Cristo innalzato: la pienezza del simbolo

Nel passaggio al Vangelo, ha sottolineato Don Cassaro, il simbolismo assume il suo significato pieno: il serpente sull’asta prefigura Cristo sulla croce. Come lo sguardo verso il serpente salvava dal veleno fisico, così la fede in Cristo salva l’umanità dal “veleno” del peccato.

Questa interpretazione teologica si fonda sulla rivelazione dell’amore di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Don Cassaro ha riflettuto sulla tendenza umana a pianificare la vita sulla misura dei propri sforzi, dimenticando che è la fede che rende capaci di fare scelte coerenti con l’identità di figli di Dio. Quando si fa l’esperienza del fallimento, si aprono due strade: lamentarsi di Dio e incolparlo delle proprie sconfitte, oppure fare “il salto della fede” e riconoscere che solo lui salva.

La fede diventa così il passaggio fondamentale che consente di entrare nella vita eterna fin da ora, nonostante le battaglie quotidiane. La vittoria è assicurata, ma lo scarto tra la percezione di sconfitta presente e il conseguimento della vittoria finale viene colmato solo dalla fede.

La luce nel mondo e lo scandalo della croce

Nella parte conclusiva, Don Cassaro ha collegato il discorso sulla fede al tema della luce. È significativo che Gesù si presenti come luce (Gv 8,12; 9,5) proprio nel dialogo notturno con Nicodemo, l’uomo della ricerca profonda che non riesce ad accettare di dover “rinascere dall’alto”.

La domanda cruciale è: come si fa a riconoscere la luce di Dio nel corpo morto di colui che pende dalla croce? Qui risiede lo “scandalo della croce”, incomprensibile per chi cerca solo una verità logicamente difendibile (i greci) o un segno di potenza (gli ebrei). Come ha evidenziato Don Cassaro, citando la prima lettera ai Corinzi (1,18-31), le aspettative rigide impediscono di riconoscere il Messia perché si presenta in modo “troppo diverso” da come lo si immagina.

Anche noi, ha ammonito, possiamo essere tentati di allontanarci dalla luce divina perché non corrisponde alle nostre aspettative. Se vogliamo entrare nella salvezza, dobbiamo accettare di assumere la stessa “diversità” del crocifisso, come dice il profeta Isaia: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere” (Is 53,2).

La via dello scandalo della croce ci fa entrare nel pensiero di Dio, comprensibile solo per chi accetta di entrare nella “nube oscura” (Es 20,21) dove Dio ha scelto di abitare (1Re 8,12). Lì, ha concluso Don Cassaro, troveremo Dio e ritroveremo noi stessi, riconoscendoci simili a Gesù crocifisso e risorto per l’eternità.

L’intervento di Dalila Maria Virzì Ioppolo: “Pellegrini di Speranza nel Carisma Salesiano”

La Presidente Federale ha aperto l’incontro facendo memoria di coloro che hanno segnato la storia dell’associazione, ricordando in particolare Bonuccia Nastasi nel terzo anniversario della sua scomparsa.

Virzì ha collegato il tema del Giubileo “Pellegrini di Speranza” al carisma salesiano, citando Don Stefano Martoglio, Vicario del Rettor Maggiore, nella Strenna per il 2025: “La speranza è la capacità di lavorare per qualcosa perché è giusto farlo, non perché quel qualcosa avrà un successo garantito. Potrebbe essere un fallimento, potrebbe andar male: noi non speriamo vada bene, non siamo ottimisti. Lavoriamo perché questo accada. Ecco perché la speranza non è uguale all’ottimismo.”

Ha evidenziato come questa concezione si radichi nella certezza dell’amore di Dio, non in un semplice ottimismo umano, in linea con quanto ricordato dalla Bolla di indizione “Spes non confundit”.

Il suo intervento ha messo in luce due brani evangelici fondamentali per la riflessione: l’Annunciazione e l’amore salvifico di Dio in Giovanni. Questi testi, letti insieme, mostrano l’intero percorso della salvezza: dall’incarnazione attraverso il “sì” di Maria fino alla rivelazione dell’amore di Dio manifestato pienamente nella croce di Cristo.

La passione per Dio e per l’uomo

Virzì ha sottolineato l’importanza della “passione per Dio” come base fondamentale del servizio salesiano, citando il recente intervento del Rettor Maggiore Don Fabio Attard: “Se manca la passione per Dio manca la passione per l’uomo”.

Ha invitato i presenti a riflettere su cosa li spinga ogni giorno ad alzarsi e servire gli altri: “È la ricerca di Dio e l’amore per Lui che alimentano ogni nostra azione e ci permettono di essere autenticamente al servizio degli altri,” ha affermato.

Il “sì” di Maria, ha proseguito Virzì, richiama al concetto di “kenosi”, di svuotamento di sé, che Don Attard ha evidenziato nei suoi recenti interventi. Come Maria, i membri della famiglia salesiana sono chiamati a svuotarsi di sé stessi per farsi riempire dalla volontà di Dio, diventando non “benefattori, padroni o provveditori”, ma “servitori” che incarnano nel quotidiano l’unione tra “carità pastorale e intelligenza pedagogica”, come insegnava Don Viganò.

La pedagogia della speranza e l’impegno degli Exallievi

Virzì ha ricordato come i grandi educatori salesiani – Don Bosco, Madre Mazzarello, Madre Morano – vedessero nei giovani non solo ciò che erano, ma ciò che potevano diventare: la vera “pedagogia della speranza”. Ha esortato gli Exallievi a portare nel mondo i valori ricevuti durante la formazione salesiana:

  • La gioia che illumina anche i momenti difficili
  • L’attenzione agli altri, specialmente i più fragili
  • La laboriosità che spinge a costruire un mondo migliore
  • La fede che dà senso a tutto

“Non siamo semplicemente persone che hanno frequentato una scuola salesiana,” ha sottolineato Virzì, “Siamo donne e uomini che hanno interiorizzato uno stile di vita e che lo trasmettono ogni giorno: nelle nostre famiglie, nel lavoro, nella società.”

In chiusura, ha invitato tutti a riflettere su come essere “pellegrini di speranza” nei vari ambiti della vita quotidiana e a partecipare al pellegrinaggio a Roma previsto per dicembre. Ha concluso con il motto di Don Bosco “Da mihi animas, caetera tolle” (“Datemi le anime, prendetevi tutto il resto”), ricordando che Maria Ausiliatrice continua a guidare il cammino di chi si impegna nel carisma salesiano.

A conclusione della sua riflessione la Presidente ha invitato tutti a recita della preghiera del Giubileo, che invoca la grazia di Dio affinché trasformi i credenti in “coltivatori operosi dei semi evangelici che lievitino l’umanità e il cosmo”.

La Celebrazione Eucaristica ha sugellato la prima parte della giornata.

Liturgia Celebrazione Eucaristica – Canti liturgici.

Al termine della prima parte dell’incontro i partecipanti hanno condiviso un’agape fraterna.

Al termine del convivio le Exallieve si sono mosse in pellegrinaggio al Santuario Diocesano Giubilare della SS. Annunziata di Fiumedinisi, nel quale, completate le preghiere di rito, hanno potuto lucrare l’indulgenza plenaria.

PELLEGRINAGGIO AL SANTUARIO DI SANTA ROSALIA – SUSSIDIO LITURGICO

INTERVISTA ALLA SANTUZZA

Questo testo, scritto a più mani, è stato inserito in un volume presentato lo scorso martedì 15 ottobre, dal titolo DIECI ANNI DI PAROLE, che racconta un’esperienza di partecipazione realizzata a Palermo, promossa dall’Associazione Partecipalermo e animata da Maria Antonietta La Barbera.

Racconta di dieci anni in cui, unite dalla passione per la scrittura, tante persone si sono incontrate, hanno scritto, si sono lette, hanno fatto rete e hanno vissuto insieme svariate attività culturali e formative. Scrittura e Relazioni, un tempo/spazio di respiro profondo. Scendere giù, guardarsi intorno e, chissà, forse, osare verso un Oltre, verso un Altro.

Il racconto è stato elaborato da Alfia Alioto, Enza Busalacchi, Flavia La Rocca, Giovanna Lombardo, praticando una sperimentata esperienza di “scrittura partecipata”

CANTI CELEBRAZIONE EUCARISTICA

Incontro Federale Agrigento

Domenica 12 novembre 2023 ad Agrigento, presso l’Istituto Maria Ausiliatrice, si sono riunite le Unioni del centro Sicilia per una giornata di formazione spirituale guidata da Don Domenico Luvarà SDB, Direttore della Casa Santa Chiara di Palermo.

Le Exallieve/i presenti all’incontro erano più di 120 appartenenti alle Unioni di Agrigento, Caltanissetta, Pietraperzia, Mazzarino, Leonforte, Cammarata. Dopo la preghiera iniziale, la Presidente dell’Unione di Agrigento, Maria Pia Amico, la Delegata Federale, Sr Giacomina Barresi e la Presidente Federale, Dalila Maria Virzì hanno salutato l’Assemblea.

Don Domenico Luvarà ha relazionato sul tema: “Operare un discernimento per acquisire un cuore saggio e intelligente”. (Clicca per leggerla)

La Celebrazione Eucaristica ha completato questa mattinata densa di riflessioni che ogni Exallieva ha recepito e interiorizzato con grande consapevolezza.

L’agape fraterna ha donato gioia e allegra convivialità ai partecipanti che hanno apprezzato il menù scelto dalle padrone di casa.

Non poteva mancare la tradizionale foto di gruppo che ha suggellato il momento conclusivo della meravigliosa esperienza.